Se son d'umore nero allora scrivo
Siete tornati, dunque, voi e i vostri hits.
Vi ho visti in forma di istogrammi.
Mentre eravate in ferie io ho lavorato (solo il blog si è fermato completamente).
Non è neppure una consolazione sapere che sono in vantaggio su di voi, che vi state alterando solo ora per la rarità dei tram non soppressi, che hanno cambiato percorso e non si capisce più come fare ad arrivare alla meta (in tempo sarebbe troppo anche in situazioni normali).
Non ditelo a me che ho colto la situazione nella sua completa chiarezza sotto ad una grandinata il 16 agosto sera, in area totalmente scoperta (neppure un cornicione nel raggio di 500 metri) di fronte al Cimitero Maggiore. Con autobus sostitutivo in ritardo. E vento che girava l'ombrello. Un assaggio del terzo e quarto girone dell'inferno messi assieme per dieci minuti. Senza neppure essere stato troppo lussurioso o goloso.
Eppure, nonostante i diversi cataclismi, il mio problema principale in questo periodo è stato quello di cercare di riposarmi in qualche modo, di trovare una qualche distrazione (ed il tempo per goderne), senza intaccare la necessità di lavorare.
Alla fine l'unica evasione, in queste settimane, me l'hanno fornita i libri (va beh, un po' di montagna nel week-end, moglie e figli, qualche cena fuori, ... ma che c'entra? non distraetemi e lasciate che mi pianga addosso inutilmente e per i motivi più futili almeno per una riga).
Libri anche attraverso aNobii (quanto tempo mi porta via? servirà a qualcosa? per ora ho inserito solo ISBN di due scaffali - ne ho diversi, non finirò mai... - e qualche tag: appena inizierò a commentarli, vedrete comparire una colonnina a questo blog).
Il problema (?) è che non trovo più libri che mi distraggano o mi interessino (soprattutto delle dimensioni da poter portare dietro in treno e tram) che non siano seri e pesanti.
Per questo ora sto leggendo Eco (neppure i romanzi, i saggi!) e argomenti di religione.
Se, date queste premesse (ed avendo letto le parole di colore oscuro al sommo della porta) trovate ancora il coraggio di andare oltre l'abstract...
Per farvi entrare subito nel clima mentale da me vissuto in questo periodo, parto con alcuni estratti da 'Il superuomo di massa' di Eco:
frugando dentro alle nostre miserie:
di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie
o mantenermi vivo
(Guccini - Avvelenata)Sappiamo benissimo che c'è un modo di vedere le strutture narrative come elementi neutri di una combinatoria assolutamente formalizzata, che non riesce a dare ragione dell'insieme di significazioni che la storia e la società attribuiranno poi all'opera.
Incertezze interpretative, quindi, dovute alla difficoltà di dividere le strutture narrative dalla società e dai punti di partenza e dai pregiudizi di chi dovrà, in un dato momento, eseguire l'interpretazione.
[...]
Sappiamo d'altra parte che ogni sforzo di definire una forma significante senza investirla già di un senso è vano e illusorio, così come ogni formalismo assoluto non è altro che un contenutismo mascherato.
[...]
Tanto più che infine si prospetta un'altra serie, la serie delle interpretazioni, talora discordanti che, sulla base di motivazioni diverse e a diversi livelli di classe e di cultura, una udienza dà del messaggio che le perviene.
Per quanto riguarda gli argomenti di religione, mi interessa molto approfondire questioni legate alla storicità di Cristo. Ovviamente Messori e Ratzinger (sono cattolico, ricordate?), ma anche le posizioni opposte (non si può essere obiettivi su questi argomenti, ma mi interessano comunque i diversi punti di vista), come Odifreddi (l'ultimo suo testo è un best seller del momento, facile che lo abbiate letto anche voi) o UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, in cui troverete ancora Odifreddi e altri personaggi famosi e schierati contro la religione come la Hack), mediando un po' con Wikipedia ed altre fonti più o meno di parte prese da Internet (alcune pure buone).
Come già in altri miei post mi trovo a sottolineare la presenza di problemi dovuti a troppe e non certificate informazioni, che non possono fare altro che creare incertezze (o, come minimo, quel relativismo che preoccupa tanto Ratzinger).
Se il dubbio può essere anche sano, positivo e molla per successivi approfondimenti o fonte di profonde riflessioni e dolorosi combattimenti interiori, la difficoltà di distinguere le frasi buttate a caso da quelle ragionate, l'indeterminatezza fine a sè stessa o dovuta a tentativi di alzare polveroni o alla ripetizione acritica e non validata di altre fonti, alla stupidità, all'incomprensione, alla scarsa profondità o al fatto di dover comunque dire qualcosa è solo negativa e irritante.
A volte si sparpagliano le carte per nascondere la strada corretta, talvota, semplicemente, perchè non sappiamo fare altro che crearci casino da soli:... non c`è nulla fuori dell`uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall`uomo a contaminarlo... " (Vangelo di Marco, 7,1-23)
Per rimanere più terra terra, non sembra un caso che Terry Pratchet e Gaiman Neil, in Buona apocalisse a tutti (va beh, ho letto anche qualcosa di non seriosissimo, in seguito ad un ottimo consiglio che faccio che girarvi, sottolineando, però, che non si tratta di un libro normale, pur essendo tutt'altro che serio e pesante) fanno pensare al demone Crowley, riguardo agli umani:non c'è nulla che possiamo fargli che non si facciano da soli e loro fanno cose che non noi non avremmo nemmeno mai pensato, spesso utilizzando elettrodi
In questo campo possiamo trovare molti altri esempi di incertezza (da che parte sta il tentativo di misdirection?), come per esempio, quando si parla di Inquisizione e Galileo: si tratta di esagerazioni e leggenda nera o realtà storica? Abbiamo dei mezzi per capirlo, magari nel tempo? Possiamo risalire alla verità storica o siamo incatenati in quello che mi ostino a ritenere un gran brutto luogo comune, secondo il quale la storia la scrivono i vincitori?
L'incertezza delle fonti, l'immersione in una società che ci bombarda di fattoidi sono stati anche oggetto di una serie di interventi in un post nel blog di Isadora cui non ho potuto fare a meno di intervenire, che partiva dall'attualità di Fahrenheit 451 (ai tempi non lo avevo letto, nel frattempo ho corretto questa mancanza, bel suggerimento, grazie - ok, ok, so che state pensando che ho cercato di farmi passare per un lettore incontentabile e seriamente colto, per poi mostrare che mi basta un testo di fantascienza di diversi anni fa e un titolo di fantasy-umoristico-demenzial-filosofico, ma rendetevi conto che siete voi che pensate in modo molto malizioso e che non è colpa mia se oggi vi è andato tutto male).
E' evidente che il problema della qualità dell'informazione, sotto diversi aspetti, è molto sentito.
E' un po' come se fossimo arrivati al superamento del giornalismo:
- prima: mancava l'informazione, il giornalista la trovava e, almeno idealmente, la doveva validare prima di fornirla.
- ora: chiunque vi darà informazione (e relativa opinione, ci mancherebbe, lo sto facendo pure io), ma il problema è individuare le informazioni buone
Le cause e gli ambiti in cui si possono trovare cattive informazioni sono troppe, quindi non è facile correggere a monte il problema.
E' questa, a mio modo di vedere, la vera sfida dell'informatica del post-inizio-internet:
- estrarre le informazioni dal mucchio, con primo filtro sulla spazzatura e sulle 'distrazioni', evitando le ridondanze
- validarle con fonti controllabili
Il tutto il più dinamicamente possibile, perchè ogni operazione che facciamo su queste informazioni le cambia ancora e dobbiamo riuscire a sfruttarne la continua evoluzione, smettendo di raccogliere solo montagne di dati, ma iniziando ad usarli per davvero.
Chiuderei ancora con il già citato testo di Eco, che cita Dino Segre, che a sua volta cita molti altri autori, per aforismi, in Dizionario antiballistico (anche a voi l'iterazione di ipse dixit, al posto che rassicurare fa pizzicare il vostro senso di ragno?), mostrando come Pitigrilli avesse acutamente notato che l'aforisma (di cui lui faceva grande uso) possa essere rovesciato senza perdere forza (mostrando chiaramente quanta vuota conoscenza sia contenuta in tali espressioni e nella cultura che su di esse si basa - ce li avete anche voi, a casa, gli aforismi di Oscar Wilde?):Talora Pitigrilli si è divertito ad allineare aforismi di autori diversi, l'uno che negava l'altro, entrambi autorevolissimi, sotto la voce "facciamoci un'opinione":
Non ci si inganna che per ottimismo (Hervieu) Si è più spesso fregati dalla diffidenza che dalla fiducia (Rivarol) I popoli sarebbero felici se i re filosofassero e se i filosofi regnassero (Plutarco) Il giorno che vorrò castigare una provincia la farò governare da un filosofo (Federico II)
Ed è così che, un po' marzullescamente rischiamo di accorgerci che gli aforismi stanno diventando la fonte della nostra conoscenza quando, addirittura, non ci viene richiesto di condensare la nostra conoscenza in aforismi.
ByeDepa
P.S.: non chiedetemi nulla riguardo all'ultima frase, risolvetevela per conto vostro.
lunedì 3 settembre 2007
Bentornati
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martedì 12 giugno 2007
Letteratura Fiabesca Applicata all'Informatica

Suppongo siate in pochi ad essere a conoscenza del fatto che le fiabe e, più in generale, i racconti del folclore, sono classificabili secondo un sistema analitico, definito da Aarne e Thompson, che si sono presi la briga di leggersi migliaia di fiabe e di appiccicargli etichette tipo: AT 425A “Il mostro o animale come sposo”, o AT 0151 "Lezioni di musica da animali selvaggi".
Sarà anche probabile che non possa fregarvene di meno di questa notizia e che stiate già per cambiare blog, borbottando che cercherete di fare del vostro meglio per dimenticarvi queste inutili nozioni, come Sherlock Holmes quando Watson gli fece notare che la terra gira attorno al sole ("Uno studio in rosso").
Se decideste davvero di farlo sarebbe solo l'n-esima triste conferma che la scuola non prepara più come una volta, che stiamo perdendo l'interdisciplinarietà e potenziali Leonardo e Galileo, appiattiti in una bruttura informatico-virtuale, per la quale non dovrete stupirvi se incontrerete a breve qualcuno che, usando espressioni care al Manzoni, potrà giustamente apostrofarvi con nel mezzo, vile meccanico.
(se siete riusciti a sopravvivere alle contorsioni e forzature della frase precedente - n-esima triste conferma del fatto che la scuola non sa più insegnare a scrivere in italiano -, forse avrete anche speranze di salvarvi culturalmente, ma dovreste certamente preoccuparvi per potenziali problemi mentali latenti).
Quelli tra voi più illuminati ed abituati a ragionamenti elastici, invece, non si saranno certo fatti sfuggire l'evidente parallelismo tra questo tipo di tipizzazione e quella presente nei linguaggi di programmazione (converrete senza dubbio, invece, che sarebbe un po' forzato trovare somiglianze con i Design Pattern, per i quali potremmo, invece, spingerci a considerare lo Schema di Propp).
Sarà inoltre evidente a tutti che gli spunti provenienti da un umanesimo di alto livello adatti ad introdurre il mio contributo nell'arena della tipizzazione forte o debole nell'informatica avrebbero potuto essere molteplici (dal 'sono un tipo, anzi un topo' di Geronimo Stilton, ad approfondimenti su grammatiche e licenze poetiche, etc. etc.), ad ulteriore dimostrazione che non si tratta di un argomento ormai consunto, ma di parte integrante delle esigenze culturali fondamentali dell'uomo e, pertanto, degno di essere ancora una volta approfondito...
(per il mio e vostro bene, qualcuno mi tolga dalla testa lo scrittore barocco che sta suggerendo queste ultime righe, prima di continuare la lettura)
Prima di iniziare la tesi di laurea, pur conoscendo (ovviamente! spero non vi abbia neppure sfiorato il dubbio!) la differenza tra tipizzazione forte e debole (strong and weak o static and dynamic typing), avevo sempre affrontato il problema procedendo per istinto.
Esattamente al contrario del mio tutor, che usava il Common Lisp ricercando strutture e controlli sui tipi di dati come se stesse usando il C, io tendevo a programmare in modo volontariamente non tipizzato.
Quando due uomini forti si scontrano su argomenti così decisivi per il bene della comunità è quasi inevitabile che nasca una discussione (animata, ma divertente): io difendevo la flessibilità che un simile approccio poteva fornire (soprattutto in lisp e, caspita, se non si cerca il massimo della flessibilità proprio nell'AI...) e lui difendeva la correttezza formale ed il controllo a compile-time, necessario, in particolar modo, in caso di sistemi particolarmente complessi (e ulteriormente utile, nel caso si debba lavorare con risorse alle prime armi o quasi, per ridurre significativamente le probabilità di errori).
Ancora oggi, di fatto, mi piace ridurre al minimo i vincoli, soprattutto se posso fidarmi degli sviluppatori del team.
Mi piacciono e ritengo fondamentali i Generics, ma se programmo per mio divertimento (sia per attività AI-related che non), tendo a saltarli apposta e mi gioco con reflection, metadati, valutazione dinamica di espressioni e, in genere, di codice (e perchè no, generato automaticamente) ed ignoro i warning di non tipizzazione delle collection che rischiano di ridurre la flessibilità del mio sistema (ovviamente, il cast automatico delle classi è due volte essenziale).
Cerco la genericità anche a livello di database, nei pochi spazi concessi (se c'è un sistema giustamente tipizzato quello è il DB, converrete). Che so: quanto è meglio poter dire varchar2, al posto che varchar2(20)? oppure, e questo viene condiviso praticamente da tutti, quanto è bella la sintassi che permette di definire, in PL/SQL, una variabile come di tipo tabella.campo%TYPE? E, nonostante il rischio di ridotte performance (ma dipende dai casi) e la complessità nel costruire query dinamiche che siano anche solide, non posso evitare di essere attratto anche da questa ulteriore non tipizzazione.
Senza esagerare, chiaramente: non proponetemi campi di testo o LOB per contenere informazioni aggiuntive, neppure se state pensando di strutturarle in XML (anzi, peggio, se sono strutturate in XML - ma ne parlo un'altra volta, perchè i motivi non c'entrano con questo argomento).
Non sono un estremista, in questo senso: semplicemente ritengo, come in altri casi, che sia essenziale conoscere i pro e i contro di ogni approccio e che, evidentemente, le regole informatiche sono fatte per essere infrante, anche se solo quando si sa esattamente cosa si sta facendo, comprendendone appieno gli effetti collaterali.
Dobbiamo tener presente che siamo comunque costretti a trattare con la tipizzazione dinamica, anche perchè ne siamo circondati. Per esempio:
Spingendo all'estremo l'interpretazione del concetto in esame fino alle generiche strutture dati, saltano agli occhi anche le seguenti alternative (da considerarsi come esempi non esaustivi):
Proviamo a ricordare, prendendo spunto dalla solita Wikipedia, le funzionalità principali che sono sostenute dalla tipizzazione forte:
Sempre la stessa voce della Wikipedia ricorda anche, però, che la tipizzazione dinamica si trova spesso nei linguaggi di scripting e nei linguaggi per il RAD (Rapid Application Development)
Per quanto riguarda i linguaggi di scripting, rimanderei alla conversazione tra Bill Venners e Guido van Rossum (il creatore d Python), veramente interessante sia da un punto di vista di progettazione software che da un punto di vista di gestione tecnica di progetto, un must sull'argomento, anche se, come me, non userete mai Python in vita vostra (a meno che non vi paghino bene, intendo...) e non sarete completamente d'accordo con Van Rossum: casomai non lo aveste già capito, personalmente sono per lo strong typing (soprattutto per progetti grossi, team giovani e laddove ci siano molte integrazioni), ma con tante scappatoie per poter lavorare in modo veloce e flessibile, tipiche di un weak o duck typing - leggermente più dinamico rispetto alla posizione espressa da alcuni esponenti di Microsoft, ma non troppo.
Per quanto concerne il RAD: qualcuno potrebbe sostenere che dire 'se volete programmare velocemente, usate dynamic typing' sia una visione errata dello sviluppo veloce, perchè si basa su una ipotesi di partenza che non considera la manutenzione, ma, sostanzialmente, si ferma alla prototipazione e/o primissimi rilasci, senza considerare che, quando cresce la complessità del sistema, è molto facile che si creino errori.
Questa considerazione è vera solo fino al punto in cui si presuppone che chi sta usando il sistema non si accorga del pericolo e non sappia cosa sta facendo. Cosa che può capitare, come già anticipato, se il progetto è grande e composto da molte risorse junior.
Certo che, se si riesce ad impostare un ragionevole modo di lavorare e un controllo appena decente, si possono ottenere tutti i vantaggi della R di RAD e ridurre a quasi nulla i possibili svantaggi.
Non è vero che i costi di controllo sono il prezzo da pagare: quelli fatti bene, con caratteristiche simili a quelli che servono in questo caso, dovrebbero esistere comunque (altrimenti i problemi non tarderanno a farsi vedere, con o senza strong typing).
Ovvero, per dirla con Bruce Eckel (che da anni, oramai, cerca di farci diventare poliglotti informatici), non abbiamo bisogno tanto di una forte tipizzazione, quanto di forti test.
Sorvolando sul fatto che, evidentemente, in Italia la parola test non è facile da tradurre e che, quindi, la frase precedente potrebbe non essere capita da tutti... ;)
La stessa dicotomia non può che porsi anche ad un livello architetturale più alto, come ben evidenziato dalla diatriba tra SOA e REST. Riporterò solo un interessante pezzo tradotto a braccio da un famoso articolo di Steve Vinoski:Ironicamente, il fatto che SOA prescriva specifici contratti per le interfacce, di fatto insidia il suo obiettivo di separare l'interfaccia dall'implementazione, perchè interfacce specifiche tendono a rivelare più della sottostante implementazione di quanto facciano le interfacce generiche. Inoltre, interfacce specifiche - per definizione - vincolano la loro implementazione perchè modificarle spesso richiede dei cambiamenti nell'interfaccia. [...]
Direi che, per ora, mi sembra sufficiente, per farci meditare ancora sull'infinita saggezza popolare nascosta da secoli nella fiaba (della tipizzazione) del (brutto) anatroccolo...
Stranamente, alcuni degli architetti e sviluppatori che conosco che lavorano su grandi sistemi SOA (come quelli di aziende nel campo delle telecomunicazioni e della finanza) si sono inventati per conto proprio i vincoli dell'interfaccia uniforme, senza aver mai sentito parlare del REST. Sfortunatamente l'hanno fatto nel modo più complesso, sviluppando e consegnando dapprima interfacce specifiche per un servizio e poi notando cosa si rompeva quando i loro sistemi crescevano in scala.
ByeDepa
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lunedì 28 maggio 2007
Pendolari
Non capisco, forse abbiamo forato.
Un meccanico è chino vicino alle ruote del locomotore, prima di rimontarle.
Un altro sta scuotendo la testa.
Ora guarda per terra.
Noi guardiamo verso il cielo, invece.
Quando inizia il caldo capita che un locomotore salti.
E' questione di fortuna e questa settimana siamo stati fortunati più di una volta.
Forse la ventola di raffreddamento della CPU non è sufficiente per raffreddare il motore?
Non si sa quanto potrà ritardare, ovviamente.
Non lo dicono fino ai primi 30 minuti.
Quando sono passati da un po' scrivono che il treno ritarderà di 30 minuti.
Inoltre rischio di entrare in crisi di astinenza: perchè i treni in Italia non hanno Internet come in Giappone?
Ah, già, aumenterebbe la necessità di dissipazione...
Si dice che Douglas Adams, l'autore della trilogia in 5 parti (Fondamentalmente innocuo era presentato come: 'un libro che da un senso completamente nuovo alla parola trilogia') della Guida Galattica per gli Autostoppisti scrivesse spesso in areoporto.
O era Terry Pratchett , il suo corrispondente nel mondo fantasy, autore del ciclo del Mondo Disco? (carina la H2G2, quasi la uso al posto della Wikipedia).
Hemingway era sempre in giro.
Noi grandi scrittori siamo tutti pendolari.
Prendete Dante, ad esempio: la Divina Commedia l'ha finita girando di tavola in tavola, - come sa di sale lo pane altrui -, anticipando di secoli i commentatori gastronomici.
Dove vado a parare? Continuate a leggere...
Non ho finito gli argomenti (vi piacerebbe...) e non ho neppure un finale a sorpresa.
Semplicemente la scorsa settimana lavorativa si è distinta per due viaggi allucinanti da far rivedere gli aggettivi ad Otto Klement ed Asimov e volevo che anche voi ne subiste gli effetti nefandi.
L'abstract, ovviamente, non era parte della cronaca, ma una rivisitazione psicologica.
O forse un riassunto logico.
Fate un po' voi...
Primo giorno:
Secondo giorno:
'forse perchè il suo treno viene da Firenze e oggi hanno fatto sciopero, in Toscana...'
'veramente viene da Venezia'
'allora deve essere cambiato il materiale, da qui non possiamo farglielo, chieda al capotreno...'
Poi vi chiedete perchè sono sempre arrabbiato.
Ci sarà la vita su altri pianeti, o solo ferrovie?
ByeDepa
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martedì 24 aprile 2007
Il codice dei Wooster

Scusate se mi sono assentato ancora per lungo tempo.
Questa volta non è stato per lavoro, nè per distrazione.
E' stata una moderazione di un commento, che ha prosciugato le mie ore rimanenti. Non lo vedrete pubblicato per il tono, non per le idee - ho chiesto che venisse cambiato il primo, mantenendo le seconde, ma non c'è stato verso.
Mi dovrei sentire come un vecchio e rompiballe Catone?
Ma no, si tratta di far valere dei codici di comportamento, come è capitato già in altri momenti nella storia dell'umanità, importanti almeno quanto questo blog.
I cavalieri (almeno quelli della letteratura) avevano un codice d'onore, per esempio.
Non possono essere descritti senza caratterizzarli sulla base del loro impegno in questo senso.
Non è un caso che in AD&D i paladini debbano essere lawful good.
Qualcuno potrebbe citare il comportamento non immacolato di Lancillotto, ma sarebbe troppo facile ricordare che basterebbe l'estrema purezza di Galahad per bilanciare quello scivolone.
E non taceremo certo Cyrano (guascone e non cavaliere, ma è di codici di comportamento che stiamo parlando) e la sua limpidezza:E quando a sera entrerò in quel di Dio, spazzerà il mio saluto l'azzurro
Per non parlare del codice dei Wooster.
sfavillìo e offrirò, con l'orgoglio che mai macchiai né macchio, l'indomita
purezza del…
[ROSSANA: Del...?]
... mio pennacchio [Muore]
(dalla traduzione di Oreste Lionello, usata per doppiare un grandissimo Gerard Depardieu).
Via, davvero non sapete cosa sia? Mi prendete in giro?
Al contrario, conoscete tutto del codice di condotta dei blogger a cui sta lavorando Tim O'Reilly? E stavate pensando che è a quello che mi volevo riferire? (ma per chi mi prendete?)
Non penserete di poter andare avanti così ancora per molto, vero?
Se volete parlarne, prima che sia troppo tardi, continuate a leggere e usate i commenti, che sono sempre abilitati, per farvi sentire.
Fu allora che madonna gli disse: "Hai gli occhi belli
vorrei che accarezzassi stanotte i miei capelli"
Fu allora che rispose: "Grazie madonna no!
Io sono un cavaliere e il re non tradirò"
E a lei non valse niente comprare la memoria
di sentinelle e servi mandati a far baldoria
[...]
E a lui non valse a niente il sangue sui castelli
Rocroi, la spada e il sole sul viso nei duelli
quando sentì di dire di dover dire sì
con un cavallo e l'acqua fu cacciato di lì.
[Vecchioni, La leggenda di Olaf]
Vecchioni scrive di cavalieri, sogni e valore, e li contrappone ad ubriachi, realtà e comportamenti discutibili.
Li interpreta con straziante ironia: come Petrarca, è lacerato da questi (e altri) dualismi interni.
Ma il codice morale è per lui comunque prioritario e irrinunciabile, alla fine.
Come lo è per il Cavaliere inesistente di Calvino, animato dalla volontà e dalla purezza rappresentata dalla sua armatura tutta bianca; solo una righina nera correva torno torno ai bordi (la righina nera è una piccola macchia sul comportamento immacolato o è il confine oltre il quale il bianco non riesce a spingersi?)
Che dire del comportamento impeccabile dei cavalieri Jedi? (non quelli che abbracciano il lato oscuro, ovviamente). Anche se mi piacciono molto, non sono un tale fan della serie cinematografica da ricordare le battute a memoria: posso solo avanzare vaghe rimembranze di un codice quasi filosofico/religioso, ma non ricordo accenni espliciti a mantenere un certo tipo di comportamento. Credo, comunque, che se immaginassimo un codice di cavalleria anche per i Jedi non ci attireremo sguardi oscuri e perplessi da parte di nessuno.
Anche le persone normali, spesso, ne seguono uno.
Bertie Wilberforce Wooster non è una persona normale.
A partire dal secondo nome (Wilberforce: ho sempre pensato che Wodehouse si vendicasse sui suoi personaggi per essere stato chiamato Pelham Grenville: non deve essere stato facile a scuola, da piccolo).
Bertie è un signorotto che vive di rendita, ma è anche un discendente di un cavaliere che ha fatto la sua parte alle Crociate.
E si sente fortemente vincolato dal codice d'onore cavalleresco che gli deriva dal suo antenato.
Al punto di non poter rifiutare una richiesta di matrimonio (in realtà, solitamente svariate richieste di matrimonio, tipicamente tutte assieme) generata da giovani bellissime insopportabili donne che gli chiedono di sposarle solo per ripicca nei confronti del loro ex.
Vorrebbe rimanere un eterno scapolo, ma il codice è il codice e non si può fare soffrire una ragazza.
Quando segui simili regole, sei costretto ad accettare anche se il loro ex, chiaramente almeno pugile dilettante della dimensione di un armadio a quattro ante, ti farà a pezzi, per poi camminare sui resti con gli scarponi chiodati.
E fortuna che c'è Jeeves, il maggiordomo per antonomasia (quello che ha dato il nome al motore di ricerca Ask Jeeves). Jeeves sa tutto, cita Shakespeare, la Bibbia ed altri classici come se piovesse, sempre in modo appropriato e senza bisogno di Internet per avere conferme. E sa usare tutta la sua brillante intelligenza per togliere dagli impicci il povero Bertie.
Visto che non lo conoscevate, vi tocca pure, dopo la spiegazione data sopra, sentire cosa vi siete persi finora, non leggendo Wodehouse, dalla viva voce (?) di due grandi autori:Quella di Wodehouse è pura musica in parole [...] Non ha bisogno di essere serio, perchè è al di sopra di queste distinzioni. E' nella stratosfera delle grandi creazioni umane, al di sopra della tragedia e del pensiero forte; è la dove troviamo Bach, Mozart, Einstein, Feynman e Louis Amstrong: nel regno del puro gioco creativo.[Douglas Adams - Dall'introduzione a Sunset at Blandings, leggibile, in italiano, ne Il salmone del dubbio di Douglas Adams - a proposito, mi hanno detto che quando Windows Vista si spegne, cita un libro dell'autore della Guida Galattica]
Cosa si può dire di Wodehouse? Esaurisce i superlativi. Non sono il solo a credere che lui sia arrivato più di ogni altro scrittore inglese ad avvicinare la completa padronanza e trascendenza del linguaggio di Shakespeare.[Stephen Fry]
Ora che lo sapete non potete perdervelo: iniziate da qualche libro su Jeeves, o da Zio Fred in primavera (che è il mio preferito, anche se non parla di Jeeves, ma del Castello di Blandings).
Fermi lì, dove state andando? Era ovvio che dovrete iniziare dopo aver finito di leggere questo post.
Pochi sono gli esempi di cavalleria che potremmo citare nei nostri giorni (i TG parlano spesso del cavaliere, ma non è usato nel senso inteso in questo post).
Ma ecco che, quando da tempo, come il Don Chisciotte di Guccini, potremmo dire che di eroici cavalieri non abbiamo più notizia, Aramis (guardate la foto piccola a sinistra sul suo blog e ditemi se sono io che me lo immagino perchè sono troppo immerso in questo testo o se non è davvero lui, come tutti lo avete sempre immaginato - ma che razza di obiezione è ma che Aramis, non vedi che è in t-shirt?, scusate?) arriva a proporre questo suo codice.
E' ancora in Draft, in piena discussione.
Pensando al recente impegno di questo novello campione della morale, non riesco a fare a meno di immaginarmi i Templari, che discutono il draft del loro codice di cavalleria, dopo aver passato il giusto periodo di pubblicazione sul W3C: 'no, dai, il suo cuore conosce solo la virtù no... suona un po' troppo enfatico, rimaniamo sui fatti, la spada che difende i bisognosi, l'ira che si abbatte sui malvagi...').
Va beh. Già che ci siamo diciamo due parole su questa proposta e sulle prime lezioni che dice di aver imparato.
Intanto chiariamo subito che, come a molti di voi, non mi piace la stella dello sceriffo (ma non ho ben capito se sia già stata cassata: poteva risparmiarsela e l'ha capito da solo). Dietro ai loghi di questo tipo ci sono valorizzazioni marketing e commerciali, che possono sfociare in creazioni di nuovi bisogni e corrispondenti servizi, simili, per fare un esempio, alle certificazioni di qualità. Insopportabile, comunque, almeno per me, che insista (forse anche perchè penso che cerchi di vendermi qualcosa che non esiste, come se fosse un pezzo di terra in Second Life).
Una cosa è gradire qualcosa, un'altra è addirittura indignarsi per simili stemmini, come dice sia emerso dai commenti che ha ricevuto: si indigna giustamente anche lui, di rimando: che senso ha? stelle di sceriffo ne mettiamo tutti, con disclaimer e con meccanismi di moderazione vari...
Concordo, invece, sul bel suggerimento del meccanismo di voto per indicare un commento inappropriato, che lo nasconde, ma non lo cancella (ci sono piattaforme per i blog che già lo fanno? Voi che usate splinder o wordpress...). Sarebbe stata la mia scelta preferita, nel caso citato nell'abstract di questo articolo.
Qui credo finisca la mia empatia con O'Reilly su questo discorso. Proviamo, comunque a riassumere i vari punti della proposta iniziale:
Senza esagerazioni.
Il vero punto, a mio parere, è che un codice non va scritto e condiviso, ma va vissuto, sentito, interiorizzato.
Come il codice dei Wooster: non troveremo mai il foglio con l'elenco dei punti da seguire, perchè è un modo di vivere e di comportarsi (l'esistenza dell'antenato, solo una scusa).
O, al limite, come l'Olaf di Vecchioni, che supera il vincolo formale facendolo proprio.
Mettere le stelline sul proprio blog sarebbe come scrivere da soli il proprio nome nella lista dei buoni, alla lavagna: non serve a nulla se non li siamo davvero, anzi.
ByeDepa
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lunedì 5 marzo 2007
Crisi di rigetto

Sto leggendo Crypto, di Dan Brown.
Non so perchè l'ho fatto.
Mi sarei dovuto fermare subito dopo il Codice Da Vinci, come ci si attenderebbe da ogni essere pensante.
No, non mi è bastato: un po' mi vergogno, ma devo confessarvi che ho letto, qualche mese e pochi libri dopo, anche Angeli e Demoni (uno dei peggiori che abbia mai affrontato, con tanto di salvataggio finale dopo caduta da un aereo che potrebbe essere giudicato un po' forzato anche dagli autori di Mission Impossible e irrealistico persino per i cartoni animati dello Squadrone Avvoltoi di Dick Dastardly).
Quando si tira troppo la corda, prima o poi si rompe (e io mi sono rotto, casomai non si fosse capito).
Fortuna che esiste la terapia Calvino.
Non è la prima volta che mi capita, ho già fatto cose simili, per esempio, con Valerio Evangelisti e il suo Eymerich o con Frank Herbert e Dune - in quest'ultimo caso, in effetti, il primo libro della saga è proprio bello: sono i successivi, che avrei preferito non conoscere.
A mia parziale discolpa vorrei dire che, almeno nei casi citati, c'è effettivamente qualcosa che ti fa venir voglia di dargli un'altra possibilità, c'è dell'inventiva, della capacità.
Che resta una promessa, purtroppo, al reiterarsi dei tentativi.
E così, eccomi cercare qualcosa che tolga questo gusto di amaro.
Se vedete qualcosa che sembra un saggio scritto da Italo Calvino e che non ho ancora letto, avvisatemi, per favore: non riesco a resistere, è quasi più godibile che sui racconti e sui romanzi.
Se lo leggete per Palomar o per le Cosmicomiche, non abbiamo, evidentemente, gli stessi gusti: anzi, dopo un po', pur essendo dei giochi straordinari, li trovo pure un po' noiosi.
Già il Castello dei destini incrociati è su un'altro livello, pur partendo da principi simili.
Il primo libro di questo autore che ho letto è il primo che lui ha scritto: Il sentiero dei nidi di ragno.
Ero ai tempi del liceo e mi stavano bombardando con la Resistenza. Mi avevano fatto partecipare a conferenze sull'argomento, non potevo girarmi senza vedere un partigiano, ci facevano pure fare dei concorsi letterari.
Arrivano le vacanze estive: la prof. di lettere ci affibia quel testo come compitino, anticipandoci che è la lettura di quel periodo con gli occhi di un bambino.
L'ho guardato per giorni, da lontano, prima di avere il coraggio di avvicinarmi.
L'ho aperto e ho letto l'introduzione scritta da non ricordo chi e sono tornato alle mie vacanze.
L'ho iniziato e l'ho finito in poche ore, tutto d'un fiato. Bellissimo.
Pochi giorni dopo compravo Il cavaliere inesistente. Fortunatissima scelta, anche rispetto agli altri antenati. Un breve romanzo quasi perfetto e in totale armonia, a mio parere, con quanto espresso nelle Lezioni Americane, nonostante tutti gli anni di distanza.
Ma, come dicevo, è quando diventa serio che il suo genio si esprime, forse, al meglio.
Non ho potuto resistere alla sua rilettura dell'Orlando Furioso.
Certamente sa il fatto suo, quando ci spiega Perchè leggere i classici.
Ho dovuto comprare la sua raccolta di Fiabe Italiane(cofanetto in 3 volumi, con la scusa che mi sarebbero serviti per i miei bimbi), dopo essermi sbranato Sulla Fiaba.
Ma le Lezioni Americane ve le consiglio in diretta antitesi alla paranoia da cospirazioni globali di Dan Brown.
Parla di valori da salvare nella letteratura del nostro millenio.
Ora, è meglio che non stiate scrivendo un blog, quando vi rileggete questo saggio.
Perchè è facile criticare gli altri, ma come la mettiamo quando cercate di verificare se i vostri post saranno ricordati nelle antologie scolastiche dei prossimi secoli?
Dunque, vediamo...
LEGGEREZZA
E', evidentemente,sottrazione di peso [...] alla struttura del racconto e al linguaggio.
L'intervento cita pure il software, per farmi capire che l'ha scritto proprio per meLe macchine ci sono ancora, ma obbediscono a bit senza peso.
Voi che non vi perdete neppure uno dei miei post sapete bene che non ho chances, in questa direzione: mettiamoci Una pietra sopra (altro titolo di altra opera di Calvino: sarà un caso?).
RAPIDITA'
Nelloscarno riassunto [...] tutto è lasciato all'immaginazione e la rapidità della successione dei fatti dà un senso di ineluttabilità.
Fortunatamente per me aggiunge:non voglio dire che la rapidità sia un valore in sè: il tempo narrativo può essere anche ritardante o cuclico o immobile.
Poi, però, rincara la dose:Un ragionamento veloce non è necessariamente migliore d'un ragionamento ponderato; tutt'altro, ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza.
Ma mi salva ancora:La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura: tutte qualità che si accordano con una scrittura pronta alla divagazione
e mi fermerei qui, fintanto che pareggio, su questo punto (sapendo di forzare un tantino l'interpretazione...).
Comunque, non poteva sapere, nel 1985, che avremmo sentito l'urgente bisogno di promuovere la prima giornata mondiale della lentezza, lo scorso 19 febbraio.
ESATTEZZA
State certamente pensando che su questo punto me la caverò, perchè sono un preciso (mi pare di aver sentito qualcuno di voi dire 'rompiballe', mentre scrivevo 'preciso', ma mi sono certo sbagliato).
Temo di dovervi deludere, perchè si tratta di:1. disegno dell'opera ben definito e calcolato
E fin qui: questi post, in realtà, sono più studiati di quanto possa sembrare2. l'evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili
Temo non valga considerare le foto e i filmati allegati, purtroppo (che, tra l'altro, non sono neppure miei)3. un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell'immaginazione
Dovrei evitare varianti dagli argomenti tecnici, voi che ne pensate?
VISIBILITA'facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall'alineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.
Beh, qui dovete dirmelo voi: senza considerare i jpg che illustrano i miei post, la loro lettura vi ispira immagini? "Vedete solo rosso, con gli occhi iniettati di sangue"? ... ahem ...
MOLTEPLICITA'romanzo contemporaneo come enciclopedia, come metodo di conoscenza, e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo
Beh, senza paragonarmi a Gadda, direi che, non per merito mio, ma per come è fatta Internet, grazie alla Wikipedia ed allo stesso concetto di blog, ci siamo (cosa stava leggendo Tim Berners-Lee, al CERN, tra il 1991 ed il 1992?).
O no?
Certo che se mi commentaste qualche post, la connessione tra le persone sarebbe pure meglio.
Riassumendo: dopo questa analisi mi sono autoconvinto che sia giusto continuare a scrivere questo blog, almeno finchè non riuscirete a far smettere di scrivere i suoi libri a Dan Brown (tanto, se io ottengo un 2/5 risicato, nel confronto con le Lezioni, se lui supera l'1/5 inoltro protesta formale).
ByeDepa
P.S.: le mie scuse a Calvino, per aver mal citato il suo straordinario lavoro, per averlo interpretato secondo le mie esigenze e per aver qui selezionato solo pochi dei titoli di cui ho veramente molto goduto
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venerdì 16 febbraio 2007
Pausa di riflessione
Come? Appena iniziato, già fai una pausa? "Posso solo esprimere la modesta speranza che possa essere considerato degno di
Lasciatemi, almeno, spiegare, cercate di capirmi, ho subito un duro colpo e devo riprendermi.
Pensavo di essere l'unico a potersi fregiare del soprannome Depa al mondo.
[...]
Potreste farmi notare che avrebbe potuto sfiorarmi vagamente l'idea quando Blogger non ha accettato il primo titolo che volevo dare al blog e mi ha proposto, invece, depa1356.
Come? Appena iniziato, già fai una pausa?
Lasciatemi, almeno, spiegare, cercate di capirmi, ho subito un duro colpo e devo riprendermi.
Pensavo di essere l'unico a potersi fregiare del soprannome Depa al mondo.
Va beh, sapevo dell'esistenza di una multinazionale con lo stesso nome (non è mia, purtroppo).
Quello che non immaginavo (o forse non volevo credere) era la presenza di molte altre persone con lo stesso nome e/o soprannome.
Potreste farmi notare che avrebbe potuto sfiorarmi vagamente l'idea quando Blogger non ha accettato il primo titolo che volevo dare al blog e mi ha proposto, invece, depa1356.
Ammetto di averlo pensato. Da cui, dovete convenirne, l'idea geniale di aggirare il problema, pensando a 'Il Depa', evidenziando, almeno, il primato.
Parafrasando Wodehouse in Lampi d'estate (Summer Lightning), ero convinto che fosse il titolo ideale per il mio blog e come lui ho dovuto subire una diminuzione del mio entusiasmo alla scoperta di non essere l'unico ad apprezzarlo. Il grande umorista concludeva la prefazione dicendo
Purtroppo il marketing impone una forte differenziazione e, per citare un altro grande (credo il capitano Kirk nel secondo o terzo film di Star Trek), "mi piace pensare che ci sia sempre una via d'uscita".
essere incluso tra i 100 più bei libri intitolati Lampi d'estate"
Ora, sono anni che firmo le mail meno formali come alla fine di questi post.
Da cui la nuova idea per il titolo del blog.
Se mi date un momento mi riprendo e cerco di dimostrarmi che l'ho scelto apposta (no, "inizio e fine che coincidono, universo sferico etc. etc."
In questo momento di tristezza si sta facendo largo l'impressione che con tutti questi blog, al posto che condividere conoscenza, si stia aiutando spontaneamente il secondo principio della termodinamica a farsi largo su Internet. Che non ne ha bisogno, come tutti già sappiamo.
Dovremmo parlare al più presto anche di Web Semantico, temo.
ByeDepa
P.S.: per tutti gli esegeti di questi post, suggerisco di fare perno sul sottotitolo del blog
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giovedì 15 febbraio 2007
Si inizia
"Non è un libro" - si ripeteva il Depa - "non devi venderne decine di migliaia di copie, non è importante come lo inizi."
Ma che lo scrivo a fare? Per farmi leggere, ovviamente.
Altrimenti avrei disabilitato gli accessi a tutti tranne a chi scrive il blog.
Che poi sarebbe come ricondursi ad una specie di Intranet o, visto che sarei il solo editor, al diario personale, quello che si scriveva una volta (c'è ancora chi lo scrive? fatemi sapere) con procedure di autorizzazione implementate da un lucchetto.
"Non è un libro" - si ripeteva il Depa - "non devi venderne decine di migliaia di copie, non è importante come lo inizi."
Ma che lo scrivo a fare? Per farmi leggere, ovviamente.
Altrimenti avrei disabilitato gli accessi a tutti tranne a chi scrive il blog.
Che poi sarebbe come ricondursi ad una specie di Intranet o, visto che sarei il solo editor, al diario personale, quello che si scriveva una volta (c'è ancora chi lo scrive? fatemi sapere) con procedure di autorizzazione implementate da un lucchetto.
Uno di quei diari in cui riportare cosa era successo nella giornata e a cui confidare le proprie speranze e paure (un po' alla piccola Katy che, però, il lucchetto, secondo le testimonianze giunte fino a noi, non lo usava).
Invece ho lasciato libera la lettura, quindi è evidente che voglio farmi leggere.
Quindi sarebbe meglio iniziare in un modo memorabile, come avrebbero fatto Dante o Manzoni.
Ma è solo un blog, no? Sarebbe un po' esagerato, sarebbe pretendere di confrontare un banner pubblicitario con la Gioconda e usare la parola creativo, come purtroppo ho sentito fare, con atteggiamento da artista, da alcuni Web designer.
In realtà ho sempre creduto che qualunque cosa si faccia vada fatta bene (ed è grave che non sia in grado di dire se dipenda dall'educazione o da un retaggio di una vecchia pubblicità di deodoranti con Adriano Panatta).
Le croste dipinte nel tempo sono molto maggiori delle opere d'arte e la differenza tra artista ed hobbista la fa la qualità, che sta nel talento, ma anche nell'impegno.
Forse, Manzoni e Dante, se fossero vissuti in questo tempo, avrebbero scritto (anche) un blog. E, tra gli oltre 57 milioni di blog esistenti ad oggi, sarebbero riusciti a stare in testa alle classifiche di Technorati e simili (Manzoni, che pensava continuamente ai suoi 20 lettori, sarebbe stato molto interessato a rating di questo tipo). Ovviamente, per essere letti, avrebbero dovuto rilavare i panni in Arno, essere un po' più vivaci, un po' più brevi (avete presente Dolenti declinare in Diario Minimo di Eco? Ho sentito dei no: consiglio di colmare la lacuna, perchè anche se un po' datato in alcuni punti, vale la pena, se non altro per non fraintendere cosa sto dicendo... A proposito, Eco tiene un blog? In che posizione è?)
Quindi, dovrei cercare di iniziare bene fin da subito.
Quindi sarebbe tutto da rifare, perchè l'inizio non è un gran che e vi starete già annoiando.
Non tornerete più?
Neppure se le prossime volte vi parlo di Intelligenza Artificiale (beh, magari partiamo light, dall'AIML - Artificial Intelligence Markup Language - prima di arrivare a Cyc e all'nlp) o di architetture SOA? Neppure se prometto di smettere di aprire e chiudere parentesi come se stessi programmando in Lisp, che non si capisce nulla, quando si legge?
Neppure se prometto di non mentire più?
Affari vostri.
ByeDepa
P.S.: questo blog ha i commenti moderati, per ridurre le possibilità di spam blog e perchè non mi piacerebbe che leggeste cosa mia moglie pensa di questo post.
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